La sterilizzazione di massa in India

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La situazione attuale. Alcune statistiche prevedono che entro 15 anni l’India sarà il Paese più popoloso del mondo, proprio per questo il suo governo ha avviato una campagna per il contenimento della natalità. Questo scopo ha come mezzo la sterilizzazione di molte donne mediante la chiusura (o legatura) delle tube. Tutto questo non avviene però in maniera curata, specializzata e priva di pericolo: gli interventi vengono condotti in accampamenti mobili istituiti in varie regioni indiane (solitamente quelle con un tasso di natalità superiore). A Chhattisgarh, l’8 settembre di quest’anno, 80 donne sono state sottoposte alla sterilizzazione da un solo medico e la sua équipe in circa 5 ore, e 60 di loro si sono sentite male (sintomi generali: calo di pressione, vomito, e altri disturbi), inoltre, nel Paese sono già morte delle donne e altre si trovano in ospedale in condizioni molto gravi.
Per darvi alcuni valori di riferimento: il 36% delle donne sposate viene sottoposto a questo intervento; nell’anno 2012 4,6 mio di donne sono state sterilizzate e, fra queste, i casi di decesso non sono stati purtroppo rari. Siccome il sistema sanitario indiano è molto carente, mancano attrezzature di base come i disinfettanti e i farmaci che si utilizzano sono spesso scaduti. 
L’anno scorso ha fatto clamore una rete televisiva che aveva mostrato decine di donne prive di coscienza essere scaricate in un campo dopo l’operazione, in quanto, spiegano i responsabili ospedalieri, l’infrastruttura non era attrezzata per far fronte a un numero così ingente di pazienti.

Diritti umani violati. Questa campagna varata dal governo indiano viola diritti molto importanti: si impone sulla volontà dei cittadini ricattandoli, esercitando pressione su di essi, violando la loro libertà di scelta, la loro integrità morale, fisica e psichica, violando le libertà e le scelte della famiglia, mettendo a rischio la salute di queste donne, eccetera. 
Seguendo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, vengono violati almeno 10 articoli. Fra questi gli articoli 1, 2, 3 e 7 che affermano la libertà, la sicurezza, il diritto alla vita e all’uguaglianza incondizionata. L’articolo 9 della DUDU afferma che “nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato”; benché le donne non vengano trattenute in carceri o altro, vengono comunque prelevate, spesso, con la forza e le condizioni sanitarie precarie non assicurano la sicurezza e la vita. Di conseguenza anche questo articolo viene, a parer mio, violato. Gli articoli 12 e 16 che garantiscono il diritto di fondare una famiglia, e che ne garantiscono la privacy, l’onore e la reputazione vengono violati in quanto il governo ne limita il volere e la libertà. Inoltre l’articolo 16.3 afferma che “la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato”; in realtà in questo caso è proprio il governo ad attuare le violazioni, non si fa garante della sicurezza delle sue cittadine e viola così anche l’articolo 22, che garantisce a tutti gli individui la sicurezza sociale, i diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla loro dignità e al libero sviluppo della propria personalità. L’articolo 25 assicura a ogni individuo un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo alle cure mediche, alla malattia e all’invalidità. Garantisce inoltre particolari assistenze durante la maternità e l’infanzia. E mi sembra evidente che anche questo articolo venga violato nella sua interezza! È noto il caso di una madre, che a distanza di una settimana dal parto è stata sottoposta alla sterilizzazione ed è morta assieme a molte altre donne!

Opinione personale. Trovo inaccettabile che un programma inizialmente indirizzato solo a volontari e volontarie sia invece imposto a una quarantina di donne al giorno! Quello che trovo più ripugnate in tutta questa faccenda, come se non fosse già abbastanza schifosa di per sé, è il pagamento come forma di imposizione su un volere contrario, cioè un’imposizione sulla volontà altrui operata per mezzo di un ricatto! Il governo paga infatti le donne che si sottopongono alla sterilizzazione (1400 rupie, 18 euro), mentre alle donne volontarie vengono dati beni fisici come automobili ed elettrodomestici.
Credo che il problema della crescita illimitata della popolazione sia effettivamente da risolvere perché l’esplosione demografica non è compatibile con la sopravvivenza della biosfera sotto molteplici aspetti! Ma nel terzo millennio questo non è il modo! I contraccettivi in circolazione bastano, avanzano e hanno un dispendio economico certamente inferiore alla sterilizzazione di massa, all’aborto o ad altre misure estreme!
Il programma varato dal governo indiano sta degenerando fra falsi medici, condizioni sanitarie precarie, ricatti governativi sulla società, infanticidio femminile e, dunque, in particolare sullo squilibrio di genere (meno di 8 donne su 10 uomini)! Questa campagna va fermata o perlomeno regolamentata a dovere adesso! Se una donna o un uomo non vuole avere figli e vuole sottoporsi a questo intervento: ben venga, contribuisce come può alla crescita illimitata della popolazione! Ma non le viene imposto, non le viene violato alcun diritto, e deve farsi garantire le condizioni sanitarie sufficienti!
Infine, per concludere, trovo un paradosso immane in tutta questa faccenda: il numero casi di stupro in India sono vertiginosi, da queste violenze alcune (che siano molte o poche) donne e ragazzine rimangono incinte – vanno dunque contro la campagna del governo -, ma agli uomini non viene applicata la vasectomia, o perlomeno non è così diffusa! Io un consiglio al governo indiano glielo darei: iniziamo ad operare contro gli stupri di massa e dopo penseremo anche a metodi meno degradanti per diminuire il tasso di natalità.

Una storia vera: “Sono stata una vittima, oggi lo so!”

La mia storia la conoscono in pochi e di quei pochi nessuno la considera rilevante, seria. Non sono stata stuprata, lo chiarisco. Non voglio paragonare la mia esperienza a quella di donne che sono state vittime di violenze “maggiori”. Voglio far sentire la mia voce per la prima volta, e per la prima volta voglio ricordare che non si è solo vittime di stupro, ma anche di violenza domestica (sociale, economica, …), di stalkeraggio, di molestie di vario tipo, eccetera. Ma non solo, siamo vittime anche quando camminando per strada ci fischiano dietro, quando ci guardano e ci sentiamo a disagio, quando non ci possiamo vestire a nostro piacimento a causa dei giudizi altrui… Siamo vittime della retorica: plurale maschile, termini spregiativi (“cagna”, “puttana”, …) e chi più ne ha più ne metta. Nessuna, NESSUNA di queste forme di violenza (psicologica, fisica, sociale, …) è di poco conto! NESSUNA donna dovrebbe sentirsi a disagio nel parlare di quanto vissuto, di sentirsi vittima, di reclamare giustizia.

Per la prima volta non mi vergogno. Per la prima volta ho il coraggio di affermare di essere stata una vittima.  Per la prima volta vi racconto la mia storia…
Avevo 9 anni, era una giornata calda, dovevo andare al circo con un amico (10 anni). Era una delle rare volte nelle quali indossavo una gonna, e per sentirmi più grande e una “piccola donna” feci la ceretta a l’insaputa di mia mamma. Lei era impegnata quel pomeriggio e non ci avrebbe potuti accompagnare, ma siccome avevamo i biglietti e ci tenevamo molto ad andare, lei ci ha accompagnati in auto e, dopo averci fatto tutte le raccomandazioni possibili, ci ha assicurati che sarebbe ritornata a prenderci.
Siamo entrati, ci siamo seduti in cima alle panchine della platea, è iniziato lo spettacolo. Durante la pausa fra il primo e il secondo tempo, un ragazzo (30 anni circa) che lavorava dietro le quinte, da sotto le  panchine ha iniziato a parlare con noi in maniera confidenziale e amichevole. Mi ha chiesto un bacio sulla guancia e quando mi avvicinai per darglielo girò la faccia affinché glielo dessi sulle labbra. Mi tratteneva la testa vicino alla sua e mi sforzavo per allontanarmi. Mi chiese di scendere, di andare sola con lui in un posto. Avete presente quel mal di pancia che si avverte quando qualcosa non funziona? Fu la sola cosa che mi trattenne, in un momento e in una situazione alla quale non ero pronta, alla quale nessuna bambina/ragazza/donna è pronta.
Ebbi una piccola sensazione di sollievo quando lo chiamarono, quando se ne andrò e spensero le luci per l’inizio della seconda parte dello spettacolo. Durò poco. Iniziai a sentire, da sotto le panchine della platea, una mano che dalle caviglie si alzava verso le ginocchia, poi le coscia, che iniziai a stringere con tutta la forza possibile. Niente da fare: sforzava la mano per toccare sempre più verso l’interno coscia. Ricordo che quando senti le sue mani sfiorarmi in mezzo alle gambe, l’istinto che fino a quel momento era rimasto nascosto, prevalse: mi alzai e gli gridai “BASTA!“. Finalmente dopo tutto quel tempo qualcuno si rese conto ti quando stava accadendo, e quel ragazzo, dopo essersi accorto degli occhi che lo fissavano si allontanò.
Mia mamma venne a prenderci e il mio amico le raccontò l’accaduto. Io sminuì la vicenda, affermando che erano solo carezze, un po’ per paura di quello che sarebbe potuto accadere, un po’ per timore di non essere creduta, ma soprattutto per vergogna.

Non lo raccontai a nessuno, non prima che fossero passati 6 anni, quando ormai ne avevo già 15. Era un pomeriggio estivo, avevo dei pantaloncini e una canottiera, ero in treno, stavo raggiungendo degli amici per andare al lago. Il vagone era quasi vuoto: c’ero solamente io, un ragazzo con la fidanzata e un uomo, che mi chiese di sedersi di fronte a me. L’uomo, sulla quarantina, si presentò e incominciò a parlarmi, a chiedermi dove fossi diretta, come mi chiamassi, dove abitassi,… Iniziò a farmi degli apprezzamenti e poi mi toccò dapprima il ginocchio, poi la coscia, tirò la mia gamba a sé e la strinse fra le sue. Mi chiese se volessi seguirlo o andare con lui in piscina, e continuò ad accarezzarmi la gamba. Rimasi paralizzata a quel contatto così viscido e forzato, che riesco ancora a percepire se chiudo gli occhi.
Quel pomeriggio non raccontai nulla ai miei amici, ma tornata a casa dovetti sfogarmi, chiamai una cara amica, che mi “costrinse” a raccontare l’accaduto a mia mamma e a denunciare l’uomo. Mi sentì dire che probabilmente voleva solamente essere “gentile”, “simpatico” e che il mio abbigliamento era provocatorio. Mi sentì dire che non era nulla di grave, che stavo esagerando, …
L’uomo (che era stato denunciato anche da altre ragazze) non è mai stato trovato e per mia sfortuna le telecamere del treno quel giorno erano spente per manutenzione.

Una volta mi faceva arrabbiare  pensare che in nessuna delle due situazioni chi aveva visto tutto non ebbe il coraggio di intervenire e prendere le mie difese! Mi faceva arrabbiare la mia impotenza, la mia incapacità di reagire! Questi due episodi hanno segnato la mia vita, oggi io non mi fido della maggioranza degli uomini, non sopporto alcune forme di contatto fisico (con uomini, ma anche con donne) e faccio ancora gli incubi la notte. Ma nonostante tutto ho capito che io, come anche le persone che hanno assistito, non eravamo e non siamo “programmati” a reagire. Non si è mai pronti a situazioni simili semplicemente perchè non dovrebbero avvenire. Dopo tempi lunghi, oggi affermo che sono stata una vittima e, come tutte le donne, continuo ad essere vittima tutti i giorni di un sistema patriarcale, di una mentalità maschilista insediatasi anche nelle menti di molte donne, di una politica di dominazione maschile, …
Non sentitevi colpevoli, non sentitevi sporche, non credete alle persone che sminuiscono questi avvenimenti. Abbiate il coraggio di parlarne, abbiate il coraggio di denunciare queste persone e impedire loro di fare del male ad altre donne!

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Tratta da: http://www.telefonorosamantova.it/p.asp?idp=20, 24 dicembre 2015

(Scusate la forma, la lingua e i possibili errori, ma ho scritto di getto.)

 

Figlie dell’Iran in lotta per i propri diritti

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Introduzione.

Oggi, più che mai, in Occidente, nonostante la persistenza di della dominazione maschile nei rapporti di genere, le donne si sentono libere. Libere di vivere, di vestirsi a piacere, di votare, di partecipare a questioni politiche, di viaggiare, di scegliere chi sposare, …
Non molto lontano da noi, nel vicino Medio Oriente, le donne ricevono trattamenti differenti: mutilazioni genitali e non, ripetute violenze sessuali, costrizioni di vario genere e non solo.
Molte domande sorgono spontanee: “perché?”, “qualcuno si rivolta?”, “cosa dice il Diritto Islamico”?, “mai nessuno stato estero ha provato ad agire?” “cosa impedisce alle donne di rivoltasi?”,… Le risposte non sono però a portata di mano, spesso questi crimini vengono occultati, censurati, dimenticati, non considerati, o nei casi peggiori vengono ormai considerati “normali”, consuetudinari.

Il lavoro completo.
Durante il lavoro di maturità liceale, mi sono interessata per vari mesi allo studio dei diritti delle donne e alla loro evoluzione in Iran (e in parte in Arabia saudita per comprendere se vi fosse una differenza fra i rapporti sciismo-donna e sunnismo-donna).
Il lavoro di ricerca completo lo potete trovare cliccando sul link diretto (https://www.dropbox.com/s/n0ev5avx1yxwwqz/ConsegnaDefinitivaLaM_SamantaMorais_DONNA_IRAN_ARABIASAUDITA.pdf?dl=0) o in forma molto sintetica di seguito.

I secoli degli shah di Persia.
L’Iran primaSchermata 2015-10-29 alle 21.58.02 di divenire tale, si chiamava Persia, era una monarchia governata da vari shah (fino al 1979), sot

to i quali la condizione della donna era di gran lunga migliore rispetto a quella degli Stati vicini. Questo grazie, in modo particola
re, alle potenze occidentali che occupavano il territorio persiano, dalle quali la gente del posto poteva conoscerne la cultura e i principi.
I progressi in questi anni furono molteplici: abolizione del velo (1936), frequenza scolastica obbligatoria, nascita di molte riviste femministe, diritto di voto
(1963, prima ancora della Svizzera), legalizzazione dell’aborto, maggiore aperture del mercato del lavoro (nuovi impieghi), nuove leggi per la protezione della famiglia (1967), ecc.

La Repubblica Islamica dell’Iran.
Lo statuto sociale e giuridico delle iraniane si aggravò a seguito della Rivoluzione del 1979, che portò alla nascita della Repubblica Islamica dell’Iran di oggi. Come bene esplicita il nome, la forma di governo è teocratica: l’esponente politico di maggior rilievo è anche il più alto esponente religioso per l’Islam sciita, l’ayatollah Ali Khamenei, seguitato dal presidente della Repubblica (oggi Hassan Rouhani).

Tutti i passi compiuti dalle donne verso l’ottenimento dei propri diritti sfumarono dopo pochi mesi dall’instaurazione del nuovo governo!
Negli anni che seguirono la rivoluzione i presidenti hanno sempre agito diversamente per quanto riguarda dei diritti delle iraniane. L’ultimo presidente, Ahmadinejad, ha sfavorito lo statuto femminile sul piano sociale. L’attuale presidente Rohani sembra invece essere attento e vicino non solo ai diritti umani in generale, ma in particolare alle richieste delle donne iraniane (sebbene si sia constatato un aumento delle violazioni dei diritti umani a seguito della sue elezione, avvenuta nel 2013).

Costituzione, codice civile e codice penale.

  1. Gli articoli dell’attuale Costituzione concernenti le cariche pubbliche dello Stato, non prescrivono esplicitamente che tali cariche debbano essere assunte da soli uomini, eppure è impensabile che una donna si candidi.
  2. EREDITÀ. Secondo il codice civile iraniano, il marito eredita tutti i tutti i beni della moglie al momento del decesso, ma non avviene invece l’inverso, la donna riceve solamente metà o meno del patrimonio. Questo per il semplice motivo che l’uomo, nel suo ruolo di capo famiglia, lavora, guadagna, mantiene figli e la/le moglie/mogli e crea la fortuna della famiglia. La donna invece lavora di meno o non lavora affatto per accudire i figli e quindi non contribuisce all’accumulo di beni della famiglia. Al momento del decesso, anche se la moglie è l’unica erede, non ha accesso all’intero bene ereditario, in quanto è stato accumulato solamente parzialmente con il suo impegno lavorativo.
  3. MATRIMONIO.
    3.1 Prima del matrimonio, lo sposo promette alla sposa il mahr, che non è nient’altro che un prezzo da pagare per poter possedere il corpo della sposa e avere pieno potere sul piano sessuale all’interno del matrimonio. Se il marito, dopo il matrimonio non le ha ancora versato la sua dote alla moglie, quest’ultima non è obbligata per legge a concedersi. Allo stesso modo se la moglie non si concede dopo aver ricevuto la dote, il marito non ha alcun obbligo di mantenimento. Questo articolo, e altri a esso associati, sono simili a impegni commerciali: i favori sessuali della donna sono prodotti di scambio.3.2 All’interno del matrimonio la donna non può né viaggiare, né lavorare senza il permesso del marito.3.3 Una donna musulmana non può sposare un uomo non musulmano.3.4 I figli dopo una certa età vengono affidati al padre.3.5 La donna fa molta fatica a richiedere il divorzio (quasi impossibile).

    3.6 … [Per maggiori informazioni consultare il lavoro di ricerca completo: https://www.dropbox.com/s/n0ev5avx1yxwwqz/ConsegnaDefinitivaLaM_SamantaMorais_DONNA_IRAN_ARABIASAUDITA.pdf?dl=0 ]

  4. STUPRO. In Iran lo stupratore è condannabile con la pena capitale. Tuttavia lo stupro non è considerato nel codice penale con un reato specifico, ma viene trattato come lavat, ovvero come la sodomia nel caso di stupro di un uomo, o come zena, una relazione illegittima nel caso di stupro di una donna. Quindi non viene condannato lo stupro, ma la sodomia o la relazione illegittima. Emergono due punti chiave: non esiste lo stupro interno al matrimonio e non si distingue una violenza (volere di una personna) dal rapporto extra matrimoniale (volere di entrambi).Sporgere denuncia di violenza sessuale (ma anche domestica) per una donna è praticamente impossibile, in quanto necessita di 4 uomini testimoni (art.74). La donna nel caso volesse fare ricorso e non riuscisse a dimostrare di essere stata violentata rischierebbe, secondo l’articolo 140, di essere incriminata per falsa accusa, oltre a dover subire le pene prescritte da Zena per un rapporto illegittimo.
  5. LAPIDAZIONE. La legge sull’adulterio, riportata all’articolo 83 del codice penale prevede che la pena per i trasgressori maschi e femmine non sposati sia la flagellazione. I trasgressori sposati invece vengono lapidati a morte, ma le vittime maschili vengono sotterrate fino alla vita, le donne vengono sotterrate fino al collo. Nel caso in cui i condannati dovessero riuscire a fuggire – ipotesi impossibile per le donne – sarebbero liberi.
  6. IL PREZZO DEL SANGUE: Forse, la questione sul diyeh (prezzo del sangue) è per noi occidentali fra le più difficili da comprendere.Secondo l’articolo 209, un uomo mussulmano che uccide una donna mussulmana sarà sottoposto alla legge del taglione, ciò significa che gli sarà inflitto lo stesso danno di cui lui è colpevole: in questo caso, l’assassinio. Però, siccome la vita di un uomo vale il doppio di quella di una donna (= la vita dell’assassino vale il doppio di quella della vittima), affinché l’assassino sia condannato alla pena di morte, la famiglia della vittima dovrà versare all’assassino la metà della somma del suo prezzo del sangue.Articolo 209: Se un uomo musulmano commette omicidio di primo grado contro una donna musulmana, sarà applicata la legge del taglione. Il parente della vittima più prossimo, però, dovrà versare al colpevole la metà del suo prezzo del sangue prima che il taglione venga effettuato.
  7. … [Per maggiori informazioni consultare il lavoro di ricerca completo: https://www.dropbox.com/s/n0ev5avx1yxwwqz/ConsegnaDefinitivaLaM_SamantaMorais_DONNA_IRAN_ARABIASAUDITA.pdf?dl=0 ]

Conclusione.
Le donne in Iran giuridicamente valgono veramente poco o niente, ma anche se sono piccoli, ci sono comunque degli spiragli che danno loro speranza per un miglioramento. Nell’ambito lavorativo e sociale il loro statuto non è vicino a quello di cui godiamo noi, ma non è malvagio come lo è stato in molti periodi storici. Oggi le donne iraniane, benché ci siano ancora luoghi con divieto di accesso per le donne (bar,…), la segregazione non è più così marcata: lavorano ormai in quasi tutti i settori, il circa 70% degli studenti universitari sono donne, a settembre del 2013 è stato concesso a un’atleta iraniana di partecipare al campionato mondiale di triathlon a Londra, il Schumacher iraniano è una donna, dal velo si possono intravvedere delle ciocche di capelli, nel 2013714 sono state nominate 3 donne a vicepresidentesse, eccetera.

Ad alimentare le speranze delle iraniane sono state le parole dell’attuale presidente: “L’ingiustizia e la violenza contro le donne devono cessare” e “Secondo le regole islamiche, l’uomo non è il primo sesso né la donna il secondo sesso, […], le donne sono alla pari degli uomini e i due sono uguali”.

Infine, mi ero domandata se l’Islam si trovasse alla base di tutte le violazioni dei diritti nei confronti delle donne.
È innegabile che il Corano giustifichi la subordinazione della donna, ma non possiamo attribuire all’Islam la responsabilità delle numerose violazioni nei confronti delle donne iraniane e saudite, in quanto il problema di fondo sono i capi governanti e i fondamentalisti, che applicano e impongono i principi islamici in maniera estrema. Questo vale a dire che i singoli individui non possono decidere volontariamente se seguire i precetti religiosi o meno, poiché vengono imposti loro dalla legge. Nella mia opinione l’Islam è “colpevole” quanto lo è stato per secoli il Cristianesimo, eppure oggi in Occidente godiamo di tutte le libertà possibili e i casi di violazione dei diritti sono relativamente rari. Questo è il risultato dello sradicamento della dimensione religiosa da quella politica, viviamo cioè in Paesi laici, cosa che non avviene invece in Medio Oriente.

Quando i Paesi islamici riusciranno a fare questi grandi passi avanti, riconosceranno a pieno i diritti delle persone, senza per questo dover rinunciare alla propria fede, ma concedendo a ogni individuo la libertà di professarla come meglio crede.

Consiglio vivamente:

  • Asghar Farhadi, Una Separazione, 2011.
  • Marjane Satrapi e Vincent Parronaud, Persepolis, 2007.
  • Theo Van Gogh, Submission, 2004.

Per maggiori informazioni consultare il lavoro di ricerca completo: https://www.dropbox.com/s/n0ev5avx1yxwwqz/ConsegnaDefinitivaLaM_SamantaMorais_DONNA_IRAN_ARABIASAUDITA.pdf?dl=0

GEORGE BENSOUSSAN, “L’eredità di Auschwitz, Come ricordare?”

Oggi, rispetto ad alcuni decenni fa, nei manuali di storia, così come nel comune riflettere collettivo, il tema della Shoah (lo sterminio degli ebrei) è sempre più presente e marcato. Gli anni della Seconda Guerra Mondiale, le sue cause e conseguenze hanno portato nella  società di oggi nuovi valori o, forse, valori preesistenti che sono stati dimenticati e spazzati via dai regimi totalitari.  Questo fenomeno è forse dovuto a una presa di coscienza del singolo, ma in modo particolare della società odierna, che riconosce nell’oblio un pericolo per la stabilità comune: “è risaputo che a lungo termine il non-detto mina qualsiasi edificio politico”, afferma Bensoussan.
Il ricordo quindi, nella mia opinione, non ha una valenza fondamentale “solo” per onorare gli ebrei che hanno patito sofferenze inimmaginabili, ma soprattutto per non dare per scontati valori e principi che oggi riteniamo naturali, in quanto insiti nella nostra cultura, ma per i quali milioni di persone hanno versato fiumi di sangue per poi essere dimenticati per anni. Ricordare è utile per dare valore a questi principi e prendere coscienza che non sono sottintesi, che ancora oggi non tutti godono di essi, che dobbiamo tenere stretti per evitare che atrocità simili possano ripetersi nuovamente e soprattutto che sono frutto di un passato brutale e disumano. L’importanza del ricordo risiede inoltre nell’esistenza odierna di movimenti antisemiti, fra i quali Bensoussan cita come esempio la “gioventù magrebina [che] si dimostra così apertamente antisemita”, ma anche nella nostra democrazia, e nella nostra storia.

Nel proprio percorso scolastico ogni studente si trova come minimo due volte ad affrontare il grande tema della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah. Secondo Bensoussan si dovrebbe parlare di Olocausto dentro ai limiti politici più che a quelli morali o adirittura sentimentali, in quanto la realtà storico-politica porta ad una consapevolezza oggettiva maggiore e ci fa comprendere quanto la Shoah sia strettamente legata alla modernità. Inoltre afferma che il culto della memoria che esiste oggi nella nostra società porta a una analisi poco oggettiva della realtà storica e politica, che ci porta a sentimentalizzare l’Olocausto senza comprenderne veramente l’origine e le conseguenze drammatiche.
Rifacendomi a quanto scritto da Bensoussan ne’ L’eredità di Auschwitz credo che docenti abbiano due piani sui quali poter lavorare: il primo è quello prettamente cronologico-storico-politico, il secondo è quello etico e morale. Nella mia opinione, leggermente distaccata da quella di Bensoussan, la didattica migliore è quella di lavorare su entrambi i piani, addentrandosi nelle cause della Guerra, della formazione dei regimi totalitari e dei loro ideali, per poi arrivare agli avvenimenti veri e propri e alle loro conseguenze, senza però dimenticare i valori etici, morali, psicologici, culturali e sociali che hanno marcato non solo i singoli, ma che ha trasformato una intera società.
Sono fermamente convinta che la scuola giochi un ruolo fondamentale nel trasmettere il valore della memoria, ma credo che il suo compito principale sia di sviluppare un senso critico nello studente, un sentimento di rabbia, di disgusto, di disprezzo verso quanto avvenuto, che porti l’allievo a ricercare la verità storica alle sue origini.
Per concludere, mi chiedo in particolare se l’Olocausto faccia parte della storia occidentale, della storia dell’umanità o se sia invece vivo presente! Mi chiedo se questo massacro sia così rilevante per il numero di vittime, per l’origine oscura dei crimini commessi, per il prolungato silenzio o se per il comportamento disumano di tanti uomini! Forse una risposta precisa non la possiamo trovare, ma mi trovo d’accordo con Bensoussan, che afferma che il ricordo oggettivo, storico e politico serve a evitare che quanto accaduto sia ritenuto lontano e irripetibile!

29.10.2015